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La Psicoterapia Organismica prevede l’applicazione di una serie di metodiche psico-corporee che traggono origine dalla tradizione reichiana e dalla terapia della Gestalt, tra cui l’impiego del contatto corporeo (Brown, 1979, 1990; 2001b). In un articolo del 1979, pubblicato sul Journal of Humanistic Psychology, Brown sottolinea che i principi che regolano l’uso del contatto fisico in psicoterapia si basano su una metodologia fondata sulla gratificazione del bisogno, in opposizione ai trattamenti prevalentemente basati sulla frustrazione, quale ad esempio la psicoanalisi classica. Nello stesso lavoro, Brown riprende la teoria gerarchica dei bisogni di Maslow (1954), affermando che l’efficacia dei trattamenti psicocorporei mirati alla progressiva dissoluzione dell’armatura caratteriale presuppongono la gratificazione dei bisogni di sicurezza e di affetto, collocati, rispettivamente, al secondo e al terzo gradino della scala motivazionale. Nella concezione di Maslow, l’esperienza della gratificazione assume una funzione di fondamentale importanza, poiché liberando l’organismo dal dominio dei bisogni appartenenti a un determinato cluster, consente di proseguire il percorso di crescita personale che conduce verso l’autoattualizzazione, la tappa finale della piena realizzazione individuale. Uno dei contributi più innovativi dell’approccio psico-organismico è costituito dalla definizione di due differenti stili di contatto fisico fra terapeuta e paziente, di immediato riscontro applicativo: il contatto nutritivo e il contatto catalitico (Brown, 1990, 2001b). Il primo stile descrive un contatto corporeo che mira a indurre uno stato di rilassamento muscolare e a stimolare la consapevolezza del corpo e delle emozioni ad esso associate. Il contatto catalitico, utilizzato frequentemente dalle scuole neoreichiane e dalla Bioenergetica di Lowen, consiste invece in un lavoro maggiormente strutturato, comprendente esercizi di pressione su determinati gruppi muscolari cronicamente tesi ed è finalizzato al dissolvimento della corazza carattero-muscolare attraverso un incremento di arousal neurovegetativo che stimola l’abreazione emozionale. Non c’è dubbio che il contatto nutritivo rappresenta lo strumento più tipicamente impiegato dalla Psicoterapia Organismica rispetto ad altri indirizzi a mediazione corporea (Lena, 1995). Se applicato con competenza, e quindi nel pieno rispetto dei principi etici e deontologici (cfr. Smith, Clance e Imes, 1998; Pini, 2001b), esso può favorire la creazione di quello che Winnicott (1965) definisce “Safe-Holding Environment”, ovvero di un ambiente in grado di con-tenere le emozioni e le parti scisse del paziente: i parallelismi con la tecnica attiva di Ferenczi (1932) appaiono evidenti, così come, sul piano della teoria della tecnica, quelli con la prospettiva dell’attaccamento della scuola di John Bowlby. I risultati dei classici esperimenti dei coniugi Harlow sul contatto fisico nelle scimmie rhesus che dimostravano l’indipendenza del legame affettivo dalla gratificazione pulsionale e l’affermarsi del paradigma dell’attaccamento di Bowlby che registra una vastissima letteratura sperimentale e clinica, hanno permesso di inquadrare il problema del contatto corporeo secondo criteri radicalmente innovativi rispetto alla tradizione psicoanalitica. A tal riguardo l’etologo Eibl Eibesfeldt (1970) metteva in evidenza come Freud, facendo derivare i rapporti sociali dalla pulsione sessuale, abbia effettuato una curiosa inversione del percorso evolutivo: “la sua idea che gli atteggiamenti affettuosi con cui una madre cura i suoi piccoli (abbracci, baci, carezze) siano di origine sessuale è dovuta ad una interpretazione capovolta della direzione evolutiva. In effetti, si tratta qui in primo luogo di comportamenti inerenti la sfera dei rapporti madre-figlio che solo secondariamente sono messi al servizio della coesione degli adulti“ (p. 429, cit. in Sicurelli, 1992, p. 176). Partendo da queste premesse, gli sviluppi della scuola bowlbiana (cfr. Holmes, 1993) riconoscono che il contatto corporeo rappresenta una componente fondamentale della relazione terapeutica, potendo favorire nel paziente la percezione del terapeuta come base sicura e quindi facilitare quel superamento dei modelli operativi interni disfunzionali che stimola una ri-elaborazione di versioni narrative del Sé dotate di maggiore flessibilità e coerenza. Spostando il punto di osservazione nella prospettiva della psicologia umanistica si giunge a conclusioni analoghe: il contatto corporeo può consentire hic et nunc una esperienza di gratificazione dei bisogni di sicurezza e di affetto che attiva i bisogni di autonomia e, conseguentemente, le motivazioni di ordine superiore come la creatività e l’autoattualizzazione. I significati e le implicazioni del contatto corporeo si estendono ben oltre il suo impiego a fini terapeutici, essendo connesso alla struttura profonda del Sé (cfr. Zerbetto, 1994). Toccare ed essere toccati costituisce un bisogno fondamentale dell’uomo ed è presente anche nei primati ed in molte altre specie di mammiferi (Sicurelli, 1992). La fisicità del “cum” (con) “tactus” (tatto) esprime una modalità di comunicazione delle emozioni e degli atteggiamenti interpersonali presente in tutte le culture (Argyle, 1978) ed accompagna l’intero arco dell’esistenza, dalla nascita alla morte, fino a sfiorare la sfera del trascendente. Il bisogno di intimità rappresentato dal contatto fisico si ritrova trasversalmente nella dimensione biologica, psicologica, sociale e spirituale dell’uomo (Intelisano, 1994). Nell’ambito della terapia corporea biosistemica (Liss e Stupiggia, 1994), Giommi (1994) descrive gli obiettivi del contatto fisico fra paziente e terapeuta, suggerendo che il toccare in psicoterapia è finalizzato a indurre uno stato di rilassamento che permetta l’allentamento dei meccanismi inibitori che impediscono, attraverso specifici pattern di contrazione muscolare, l’espressione delle emozioni. Poiché stimola l’abreazione emotiva, il contatto fisico può consentire al paziente l’approfondimento dei suoi vissuti ed il riaffiorare delle esperienze traumatiche all’interno del setting. Ciò può favorire l’attivazione dei vissuti di riparazione o stimolare nuovi apprendimenti e potenzialità espressive. |


