Efficacia clinica
Efficacia Clinica PDF Stampa

Le valenze terapeutiche del contatto fisico non devono però far trascurare gli effetti deleteri di un uso improprio, incompetente ed eticamente scorretto del medesimo, come accade nelle violazioni dei confini sessuali del setting (cfr. Pini, 2001b). La recente pubblicazione del volume di Smith, Clance e Imes (1998) della Georgia University sul tema del contatto corporeo in psicoterapia, introducendo un approccio ad un tempo clinico ed empirico, colma finalmente una lacuna non più giustificabile e consente di  valutare i risultati di una ampia serie di ricerche sull’argomento. La maggioranza dei lavori riportati da Smith e coll. concordano nel definire una serie di condizioni di applicabilità dei metodi di contatto fisico non erotico, sottolineando la necessità di adottare una prospettiva idiografica capace di esaminare l’interazione fra una serie di variabili quali le caratteristiche personologiche e psicopatologiche del paziente, del terapeuta, l’indirizzo di riferimento ed il contesto del trattamento: assume quindi una importanza fondamentale lo studio delle differenze individuali.

Alcune recenti ricerche nel settore psicofisiologico condotte da Ruggieri e Giustini (1995) dell’Università di Roma ”La Sapienza” hanno permesso di individuare, attraverso l’utilizzo di un apposito questionario (Questionario sul contatto interpersonale), alcune categorie tipiche nelle modalità preferite di contatto fisico legate a caratteristiche personologiche. Gli autori hanno osservato che il bisogno di distanza interpersonale al livello non verbale viene espresso attraverso una serie di microsegnali relativamente costanti, rilevabili dall’attività muscolare. La costruzione di barriere interpersonali è risultata correlata ad un incremento della frequenza dell’attività elettromiografica della parte posteriore sinistra del corpo nel distretto che dalla testa scende verticalmente fino alla zona interscapolare. Il rifiuto del contatto fisico ed erotico cresce in rapporto al livello di tensione rilevabile della muscolatura del collo e di quella interscapolare. Ruggieri e Giustini hanno rilevato che questo pattern di tensione muscolare tende a stabilizzarsi nel tempo, formando degli stili di contatto interpersonale abituali, orientati alla ricerca o all’evitamento dell’interazione sociale. Il gesto di abbracciare, ad esempio, si genera in corrispondenza delle porzioni interscapolari e nucali del trapezio; secondo il modello psicofisiologico proposto da Ruggieri (1988), il soggetto produrrebbe un incremento di tensione per impedire l’abbraccio, che funzionerebbe da segnale inibitorio di stop. L’aumento di tensione in un determinato distretto muscolare rappresenterebbe il corrispettivo somatico della inibizione psichica a compiere una determinata sequenza di azioni (attacco, fuga, approccio): se lo stato di inibizione dell’azione tende a protrarsi nel tempo diventando una modalità di risposta costante allo stress, cresce notevolmente il rischio sviluppare patologie organiche e psichiche (Laborit, 1979; Pancheri, 1980).

Fra le numerose tipologie di personalità presenti in letteratura, lo stile cognitivo della dipendenza-indipendenza dal campo (Witkin e Goodenough, 1981; Loprieno e Calamari, 1991) comporta delle differenze individuali nell’atteggiamento verso  il contatto interpersonale e la distanza fisica preferita. Kline, Bell e Babcock (1984) hanno selezio­nato, mediante il Rod-and-Frame Test applicato ad su un campione di 82 studenti universitari, due  gruppi di soggetti dipendenti e indipendenti dal campo. Ciascun partecipante veniva invitato ad avvicinarsi fisicamente all'esaminatore sino a quando non avvertiva che una distanza ancora minore gli avrebbe provo­cato disagio: i campodipendenti si avvicinarono in misura significativamente inferiore rispetto a quella dei campoindipen­denti. La vicinanza fisica e la prossimità psicologica appaiono, quindi, correlate a componenti strutturali della personalità come lo stile cognitivo, confermando la maggiore disponibi­lità nell’interazioni sociali dei soggetti campodipendenti dimostrata in una ampia serie di lavori (Loprieno e Calamari, 1991).

Per quanto riguarda le applicazioni cliniche delle metodiche di contatto corporeo, la Psicoterapia Organismica sottolinea che il suo impiego deve basarsi su alcuni prerequisiti fondamentali di carattere generale, quali una solida relazione di fiducia tra paziente e terapeuta, il consenso esplicito del paziente e la conoscenza (per quanto possibile) dei bisogni che il contatto fisico si propone di gratificare. Il contatto diretto deve essere evitato nei casi in cui: a) il terapeuta non intende utilizzarlo; b) il paziente non vuole essere toccato; c) sia il paziente che il terapeuta non lo ritengono utile; d) sia il terapeuta che il paziente si sentono manipolati dal contatto; e) quando il paziente può distorcere il significato del contatto, se ad esempio è apertamente ostile, mostra reazioni paranoidee o se il terapeuta prova sentimenti aggressivi verso i paziente. E’ inoltre necessario informare e di discutere col paziente l’uso del contatto e di elaborare i sentimenti, le fantasie e i timori ad esso associati: devono essere chiaramente esplicitati i parametri e le finalità dell’intervento psico-corporeo, incluso la chiara asserzione riguardante l’assoluta inviolabilità dei confini sessuali (il contatto fisico non comprende in nessun caso le zone erogene o  genitali). Il terapeuta è tenuto, inoltre, ad esplicitare verbalmente l’intento terapeutico di ogni procedura applicata, di chiedere il consenso al paziente dandogli l’opportunità di rifiutare in ogni momento gli esercizi proposti.

L’esperienza clinica ha mostrato che l’impiego del contatto corporeo può rivelarsi di estrema utilità per certi pazienti quanto altrettanto inutile o dannoso per altri, così come può apparire indicato, nello stesso paziente, in certe fasi del trattamento e inadatto in altre. Affermando l’unicità e l‘irripetibilità dell’essere umano, l’approccio organismico denuncia i limiti della prospettiva nomotetica in psicologia clinica (Bosinelli, 1982), e cioè della rilevanza delle categorie diagnostiche (tipologie reichiane-loweniane incluse), unitamente alle lacune di ogni tecnica terapeutica (a mediazione corporea o meno) precostituita alla soggettività del paziente. L'applicazione delle metodiche psico-corporee richiede un attento lavoro di analisi e di interpretazione delle resistenze caratteriali e del loro corrispettivo somatico, le contratture muscolari croniche. Per raggiungere questo traguardo, è necessario che il terapeuta possieda un ricco bagaglio di conoscenze e di esperienza, che deve comunque essere pronto a rimettere in gioco di fronte ad ogni nuova individualità. Le variazioni che si rilevano in questo tortuoso itinerario sono però indeterminate ed antilogiche, il che rende impossibile fissarle in categorie oggettive (Wyss, 1977): stabilire a priori se e quando utilizzare una determinata tecnica permette al terapeuta di de-responsabilizzarsi rispetto alla complessa realtà dell'incontro con la soggettività del paziente, trovando la sua giustificazione in una esigenza difensiva. Lo stesso significato avrebbe, secondo lo psicoanalista revisionista americano Robert Holt (1989), il ricorso al linguaggio meccanicistico ed impersonale della metapsicologia freudiana, poiché confermerebbe l'immagine di sé dell'analista come scienziato, permettendogli nel contempo di evitare indesiderati coinvolgimenti emotivi nella relazione transferale. Dobbiamo accettare il fatto che non esistono soluzioni precostituite alle difficoltà e agli ostacoli che paziente e terapeuta incontrano nel corso del trattamento. "Una risposta unica", rileva Carotenuto (1986), "una strategia unica non c'é: per la buona ragione che queste situazioni affettive nascono all'interno di un rapporto che ogni volta è inedito e irripetibile: sono il risultato di una 'combinazione' di due individualità, ed esigono pertanto una soluzione individuale" (p. 129).


 

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