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La Psicoterapia Organismica

Il modello teorico-clinico della Psicoterapia Organismica è stato formulato dallo psicologo americano Malcolm Brown (PhD), direttore, con la moglie Katherine Ennis, dell’Organismic Psychotherapy Training Institute di Atlanta – Georgia - (USA), nel corso della sua attività professionale e di ricerca.
I presupposti epistemologici di questo modello sono ravvisabili nel pensiero di varie correnti della psicologia umanistica ed olistica, un movimento sviluppatosi nella prima metà del nostro secolo in contrapposizione alle concezioni meccanicistiche ed associazionistiche.

La Psicoterapia Organismica si colloca nel filone delle terapie a mediazione corporea (cfr. Pasini, 1980; Boadella e Liss, 1986; Rispoli e Andriello, 1988; Rispoli, 1993; Kepner, 1993), assumendo come principale paradigma riferimento la teoria di Kurt Goldstein 1936, 1940, 1954a/b, 1970), dal cui libro “The organism” ha tratto la denominazione. La mancata traduzione italiana dell’opera principale di Goldstein “The Organism. A Holistic Approach to Biology Derived from Pathological Data” (1936) (dal 1995 è disponibile una nuova edizione con la prefazione di Oliver Sachs) e la scarsa diffusione delle sue concezioni in Europa, fatta eccezione per gli studi neuropsicologici sul pensiero concreto ed astratto nei pazienti cerebrolesi, costituivano un limite per la adozione della teoria organismica come modello di riferimento per le osservazioni cliniche ed hanno inizialmente reso difficoltoso il confronto con le altre scuole psicoterapiche, compreso quelle ad orientamento corporeo ispirate all’opera di Fritz Perls, per molti aspetti vicino alle concezioni di Goldstein e di Wilhelm Reich.

Brown ha assunto una posizione critica nei confronti degli indirizzi neoreichiani, evidenziando i limiti di una metodologia, a suo avviso, eccessivamente direttiva, costruita su tipologie caratteriali che rischiavano di perdere di vista l’unicità e la soggettività del paziente sostenuta teoricamente dallo stesso Reich. Inoltre, le tecniche corporee standardizzate della vegetoterapia carattero-analitica e dell’Analisi Bioenergetica di Alexander Lowen finivano per sottovalutare l’importanza della dimensione psichica, commettendo l’errore inverso della psicoanalisi che aveva trascurato il vissuto corporeo.

La Psicoterapia Organismica si definisce come psicoterapia corporea e umanistica (Brown, 1979; 1990; 2001a), in quanto intende riunire in un unico approccio teorico-metodologico i principali assunti della “terza forza” della psicologia con le tecniche di lavoro corporeo ispirate alla tradizione reichiana.

Il pensiero di Brown presenta, inoltre, significativi influssi della psicologia analitica junghiana e dell’opera del romanziere D.H. Lawrence (1921), noto per aver scritto ‘Fantasie dell’inconscio’.

Brown
adotta una concezione multidimensionale del Sé, introducendo quattro polarità psicodinamiche strettamente legate al vissuto corporeo che definisce, con un lessico mutuato dalla psicologia esistenzialista europea e dagli scritti di Lawrence (1921), “centri ontologici dell'Essere”: Agape-Eros ed Hara, situati nella metà anteriore del corpo (rispettivamente, superiore ed inferiore), Logos e Spiritual Warrior, che hanno sede nella metà corporea posteriore (rispettivamente, superiore ed inferiore) (cfr. Corsi, 2001; della Torre di Valsassina, 2001).

I quattro centri ontologici possiedono in uguale misura uno statuto metapsicologico, in quanto regolatori della dinamica energetica dell’organismo, e psicologico, quali attivatori di significati, immagini archetipiche e modelli di interazione (Helferich, 2001): essi esprimono il tentativo di ancorare nella dimensione “incarnata” della corporeità (cfr. Kepner, 1993) i fondamenti strutturali del Sé nucleare.

L’attività psichica, se disconnessa dalla totalità organismica, assume, secondo Brown, i connotati di una “mente-cervello” compulsiva che richiama i concetti di psiche-intelletto di Winnicott (1958) e di Super io antilibidico di Fairbairn (1952). Definita anche con il termine “circuiti cortico-spinali chiusi” (Brown, 1990), la “mente-cervello” rappresenta un'attività psichica a carattere inibitorio, conseguente alla frammentazione organismica (Pribaz, 2001; Nathan, 2001), che impedisce il libero fluire dell'energia nel sistema e che, ostacolando la consapevolezza dei bisogni emotivi primari del Sé (di natura relazionale), da luogo alla formazione della “corazza carattero-muscolare”, termine con cui Reich (1933) descriveva una modalità difensiva costante dell’Io finalizzata a contenere l’angoscia, una sorta di schermo somato-psichico protettivo nei confronti degli stimoli esterni ed interni.
 
La terminologia organismica di Brown fa riferimento sia alla tradizione umanistica (Maslow, Rogers, May) ed esistenzialista (Binswanger, Boss) che alla scuola reichiana, impiegando costrutti di elevato livello di astrazione; per evitare il rischio di una loro reificazione, occorre sottolineare che le definizioni metapsicologiche adottate da Brown, in primo luogo i centri ontologici, non solo rimandano a realtà anatomo-fisiologiche ma intendono definirsi principalmente come modello interpretativo dei fenomeni soggettivi legati al vissuto corporeo e alle sue trasformazioni nel corso della psicoterapia e nell’itinerario di crescita personale che conduce all’autoattualizzazione (Pini, 1995). Ed è proprio il caso di ricordare, a questo punto, che la connessione fra modello teorico ed esperienza clinica rappresenta uno dei problemi più controversi della psicologia dinamica, un “matrimonio difficile”, come puntualizza recentemente Bononcini (2001).
 

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