Testi di riferimento
PDF Stampa E-mail

Mauro Pini (a cura)
Psicoterapia corporea-organismica.
Teoria e pratica clinica

Franco Angeli, Milano


A.M. Bononcini, M. Brown, L.Corsi, G.della Torre di Valsassina, B.Gerg Santocchini, C. Helferich, G. Ligabò, R.W. Nathan, M. Pini, A. Pribaz, R. Sardi, R. Zerbetto

 

 

Introduzione di Mauro Pini

 

Fondata dallo psicologo americano Malcolm Brown, attualmente direttore, con la moglie Katherine Ennis, dell’Organismic Psychotherapy Training Institute di Atlanta (USA), la Psicoterapia Organismica si colloca nel filone delle terapie a mediazione corporea (cfr. Pasini, 1980; Boadella e Liss, 1986; Kepner, 1993), assumendo come modello teorico di riferimento le concezioni di Kurt Goldstein (1934; 1954a; 1970).

Eminente neuropsichiatra tedesco, noto per gli studi sugli effetti delle lesioni cerebrali, Goldstein affermava l’esigenza di un approccio unitario al problema mente-corpo, nel tentativo di ricomporre la storica frattura cartesiana fra res cogitans e res extensa: l’organismo si comporta come un tutto unificato e mai come una serie di parti differenziate.

I presupposti unitari ed olistici della teoria di Goldstein hanno origini lontane nella cultura occidentale; da Aristotele a Spinoza, da William James a John Dewey e presentano numerosi elementi comuni con la psicologia della Gestalt e la teoria del campo di Kurt Lewin, ma soprattutto con la cosiddetta “terza forza”, la psicologia umanistica, affermatasi in America negli anni cinquanta come reazione alla egemonia del comportamentismo e della psicoanalisi. Abraham Maslow, uno dei suoi principali esponenti, considerava, infatti, la prospettiva organismica una espressione del movimento umanistico della psicologia (Hall e Lindzey, 1978).

I principi generali della teoria organismica possono essere riassunti nelle seguenti asserzioni: 1) la personalità normale è caratterizzata da coerenza, organizzazione, integrazione ed unità: la disorganizzazione esprime una condizione patologica determinata da influenze ambientali negative e, in minore misura, da anomalie strutturali; 2) l’organismo umano è un sistema altamente organizzato; l’insieme funziona  secondo leggi che non possono essere limitate alle singole parti; 3) la motivazione dominante della persona è l’autoautoattualizzazione (o autorealizzazione), che esprime la tendenza a realizzare pienamente le proprie potenzialità; 4) vengono enfatizzate le possibilità di sviluppo insite nell’organismo: quando esse incontrano un ambiente adatto produrranno un individuo sano e in armonia con l’ambiente; 5) pur condividendo i principi della psicologia della forma, la teoria organismica non ha approfondito lo studio delle singole funzioni psichiche (percezione, pensiero, linguaggio, apprendimento), tradizionali aree di ricerca dei gestaltisti, in quanto ritenuto un limite nella comprensione dell’organismo come totalità integrata; 6) lo studio della persona deve fondarsi su una prospettiva capace di considerare la sua globalità piuttosto che basarsi su  indagini analitiche delle singole funzioni.

Malcolm Brown ha studiato filosofia nelle Università di Boston, di Harvard e della Columbia; successivamente ha conseguito il PhD in Psicologia a Londra, presentando una tesi sulla teoria della personalità di Carl Rogers. Ha effettuato svariati training presso la scuola reichiana di Oslo con Ola Rakness e Simeon Tropp ed in seguito con Alexander Lowen a New York. Brown ha scorto ben presto nella scuola norvegese di vegetoterapia e nella bioenergetica di Lowen i limiti di una impostazione, a suo avviso, eccessivamente direttiva, costruita su tipologie caratteriali predefinite che rischiavano di perdere di vista l’unicità e la soggettività del paziente sostenuta dallo stesso Reich. Le tecniche corporee standardizzate della vegetoterapia carattero-analitica finivano poi, secondo Brown, per sottovalutare l’importanza della sfera psichica, commettendo l’errore inverso della psicoanalisi, che aveva trascurato il corpo.

La pubblicazione del volume “The healing touch: an introduction to Organismic Psychotherapy (Brown, 1990), edito in Italia nel 1995  (a cui si rimanda il lettore per un approfondimento sistematico del pensiero di Brown), rimase pressoché confinata ad un pubblico di addetti ai lavori, utilizzato dai trainers degli istituti americani ed europei che andavano formandosi nei primi anni ottanta. Nello stesso periodo le metodiche di Brown iniziarono ad affacciarsi anche in Italia per mezzo di un gruppo di professionisti che avevano effettuato dei training di psico-organismica in Germania, Danimarca e Svizzera, dando luogo alla costituzione della Società Italiana di Psicoterapia Organismica (SIPO), attualmente affiliata all’Associazione Italiana di Psicoterapia Corporea (AIPC). Franco Barbaglia (1985) nel libro “Ri-evoluzione nel corpo: introduzione alla psico-organismica” esponeva i principali contenuti dell’approccio di Brown e delle esperienze del gruppo italiano, che ebbero modo di essere ulteriormente approfonditi nel primo congresso della SIPO, svoltosi a Milano nell’Ottobre 1986. La mancata traduzione italiana dell’opera principale di Goldstein “The Organism. A Holistic Approach to Biology Derived from Pathological Data” (1934) , e la scarsa diffusione delle sue concezioni in Europa , fatta eccezione per gli studi neuropsicologici sul pensiero concreto ed astratto nei pazienti cerebrolesi rendevano, però, poco agevole l’utilizzo della teoria organismica come modello di riferimento per le osservazioni cliniche ed ostacolavano il confronto con le altre scuole psicoterapiche, anche con quelle ad orientamento corporeo ispirate, come è noto, all’opera di Reich o alla terapia della Gestalt (quest’ultima, per molti aspetti,  vicina alle concezioni di Goldstein, cfr. Zerbetto, 1999).

La Psicoterapia  Organismica si definisce come psicoterapia-corporea umanistica (Brown, 1979; 1990), in quanto intende riunire in un unico approccio teorico-metodologico le principali posizioni della “terza forza” della psicologia con le tecniche di lavoro corporeo ispirate alla tradizione reichiana. Il pensiero di Brown evidenzia, inoltre, l’influenza della psicologia analitica e, last but not least, quella del poeta e romanziere D.H. Lawrence, noto al grande pubblico per “L’amante di Lady Chatterley” (1928).

Brown adotta una concezione multidimensionale del Sé, introducendo quattro polarità psicodinamiche, ispirate all’opera di Lawrence (1921) e strettamente legate al vissuto corporeo, che definisce con un lessico mutuato dalla psicologia esistenzialista europea “centri ontologici dell'Essere”: Agape-Eros ed Hara, situati nella metà anteriore del corpo (rispettivamente, superiore ed inferiore), Logos e Guerriero Spirituale, che hanno sede nella metà corporea posteriore (rispettivamente, superiore ed inferiore). I quattro centri possiedono in uguale misura uno statuto metapsicologico, in quanto regolatori della dinamica energetica dell’organismo, e psicologico, quali attivatori di significati, immagini archetipiche e modelli di interazione soggetto-mondo. La introduzione dei quattro centri dell’Essere esprime il tentativo di ancorare nella dimensione “incarnata” della corporeità i fondamenti strutturali del Sé (cfr. Kepner, 1993); l’attività psichica, se disconnessa dalla totalità organismica, assume, secondo Brown, i connotati di una mente-cervello compulsiva, che richiama i concetti di psiche-intelletto di Winnicott (1958) e di Super io antilibidico di Fairbairn (1952). Definita anche con il termine “circuiti cortico-spinali chiusi” (Brown, 1990), la “mente-cervello” rappresenta un'attività psichica conseguente alla frammentazione organismica (vedi capitoli 4 e 8) che inibisce il libero fluire dell'energia nel sistema e che, ostacolando la consapevolezza dei bisogni emotivi primari del Sé, di natura relazionale, da luogo alla formazione della “corazza carattero-muscolare”, termine con cui Reich (1933) descriveva una modalità difensiva costante dell’Io finalizzata a contenere l’angoscia, una sorta di schermo somato-psichico protettivo nei confronti degli stimoli esterni ed interni.

I limiti della teoria di Brown vanno ricercati nella pregnanza della sua terminologia, densa di riferimenti ora alla tradizione umanistica (Maslow, Rogers, May) ed esistenzialista (Binswanger, Boss) ora alla scuola reichiana e junghiana. Si ha l’impressione di una distanza fra l’esperienza clinica e le concezioni metapsicologiche introdotte nel “Contatto Terapeutico” (1990) (centri dell’Essere, Anima Incarnata, Sé nucleare, tipi di radicamento, flusso vegetativo), riprese da Goldstein (egualizzazione, frammentazione organismica, alternanza) e da Lawrence. I costrutti impiegati da Brown possiedono un elevato livello di astrazione, forse eccessivo, in un periodo in cui lo sforzo sta indirizzandosi nella direzione opposta, vale a dire nell’utilizzo di costrutti di basso livello, maggiormente compatibili con il dato clinico e quindi suscettibili di verifica empirica (cfr. Wallerstein, 1988, Fabozzi e Ortu, 1996). Occorre pertanto ribadire, per evitare il rischio di una loro reificazione, che le definizioni metapsicologiche adottate da Brown (in primo luogo i centri dell’Essere) non rimandano a realtà anatomo-fisiologiche ma intendono fornire una mappa interpretativa dei fenomeni soggettivi legati al vissuto corporeo e alle sue trasformazioni nel corso della psicoterapia e nell’itinerario di crescita personale che conduce all’autoattualizzazione. Ed è proprio il caso di ricordare, a questo punto, che la connessione fra modello teorico ed esperienza clinica rappresenta uno dei problemi più controversi della psicologia dinamica, un “matrimonio difficile”, come puntualizza Bononcini (capitolo 7).

Nell’ambito delle terapie a mediazione corporea, uno dei contributi più significativi ed originali dell’indirizzo organismico è costituito dalla definizione di due differenti stili di contatto fisico fra terapeuta e paziente, di immediato riscontro applicativo: il contatto nutritivo e il contatto catalitico (Brown, 1990). Il primo stile descrive un contatto corporeo di tipo passivo, dolce, che mira a indurre uno stato di rilassamento e a stimolare la consapevolezza del corpo e delle emozioni ad esso associate. Il contatto catalitico, utilizzato frequentemente dalle scuole neoreichiane e dalla bioenergetica di Lowen, consiste in un lavoro maggiormente strutturato, comprendente esercizi di pressione su determinati gruppi muscolari cronicamente tesi ed è finalizzato al dissolvimento della corazza carattero-muscolare attraverso un incremento di arousal neurovegetativo che stimola l’abreazione emozionale.

Non c’è dubbio che il contatto nutritivo rappresenta lo strumento più tipicamente impiegato dalla Psicoterapia Organismica rispetto ad altri indirizzi psicocorporei (cfr. Lena, 1995). Se applicato con competenza e con il pieno rispetto dei principi etici e deontologici, il contatto nutritivo può favorire la creazione di quello che Winnicott (1965) definisce “Safe-Holding Environment”, ovvero di un ambiente in grado di contenere le emozioni e le parti scisse del paziente: i  parallelismi con la tecnica attiva di Ferenczi (1932) appaiono evidenti, così come, sul piano della teoria della tecnica, quelli con la prospettiva dell’attaccamento della scuola di John Bowlby.

In un articolo del 1979, pubblicato sul Journal of Humanistic Psychology, Brown sottolinea che i principi che regolano l’uso del contatto fisico diretto si basano su una metodologia fondata sulla gratificazione del bisogno, in opposizione ai trattamenti prevalentemente basati sulla frustrazione, quale ad esempio la psicoanalisi classica. Nello stesso lavoro, Brown riprende la teoria gerarchica dei bisogni di Maslow (1954), affermando che l’efficacia dei trattamenti psicocorporei mirati alla progressiva dissoluzione dell’armatura caratteriale presuppongono la gratificazione dei bisogni di sicurezza e di affetto, collocati, rispettivamente, al secondo e al terzo gradino della scala motivazionale. Nella concezione di Maslow, l’esperienza della gratificazione assume una funzione di fondamentale importanza, poiché liberando l’organismo dal dominio dei bisogni appartenenti a un determinato cluster, consente di proseguire il percorso di crescita personale che conduce verso l’autoattualizzazione, la tappa finale della piena realizzazione individuale.

I significati e le implicazioni del contatto corporeo si estendono ben oltre il suo impiego a fini terapeutici, essendo connesso alla struttura profonda del Sé (cfr. Zerbetto, 1994). Toccare ed essere toccati costituisce probabilmente un bisogno fondamentale dell’uomo ed è presente anche nei primati ed in molte altre specie di mammiferi (Sicurelli, 1992) (gli scimpanzé mostrano spesso il bisogno di abbracciarsi). La fisicità del “cum” (con) “tactus” (tatto) esprime una modalità di comunicazione delle emozioni e degli atteggiamenti interpersonali presente in tutte le culture (Argyle, 1978) ed accompagna l’intero arco dell’esistenza, dalla nascita alla morte, fino a sfiorare la sfera del trascendente. Il bisogno di intimità rappresentato dal contatto fisico si ritrova trasversalmente nella dimensione biologica, psicologica, sociale e spirituale dell’uomo (cfr. Intelisano, 1994). Non è un caso che la tradizione cristiana sottolinei che il contatto con Dio prevede un coinvolgimento emotivo intenso, niente affatto privo della componente corporea del calore e del contatto. Le opere di S. Teresa D’Avila e S. Giovanni della Croce sono ricche di riferimenti alla corporeità come componente fondamentale della comunione spirituale con Dio. Si legge nella “Notte Oscura” del Mistico di Fontiveros: “E’ bene dunque sapere come, dopo che l’anima con ferma risoluzione so è convertita al servizio di Dio, questi ordinariamente la nutrisce con spirito e l’accarezza come una madre  amorosa, come fa con il suo tenero figlio che ella riscalda col calore del suo petto, nutrisce con il latte saporoso e con cibi delicati e dolci, porta alle sue braccia e ricopre di carezze…” (S. Giovanni della Croce, Notte Oscura, 1991, p.  353).

 

Il volume è diviso in due parti, la prima dedicata agli aspetti teorici, la seconda ai problemi della pratica clinica. Nel primo capitolo cerco di esaminare le principali motivazioni su cui si è fondato il divieto del contatto corporeo nella psicoanalisi classica, che di fatto hanno portato la tecnica analitica “a gettare via il bambino con l’acqua sporca”. Il contatto fisico è diventato ben presto uno dei dogmi dell’establishment psicoanalitico più resistenti al cambiamento; non mancano tutt’oggi posizioni che denotano una tendenza all’autoreferenzialità e alla ritualizzazione delle regole del setting che, come denuncia Cremerius (1999), aggravano irrimediabilmente lo stato di isolamento culturale di una certa psicoanalisi. Intendo sostenere che le ragioni della preclusione verso ogni forma di contatto fisico fra analista e paziente sono riferibili, in sintesi, a quattro principali motivi, di cui tre a carattere teorico (a, b, c) e uno (d) di carattere pragmatico-istituzionale: a) la concezione dell’affetto come “sessualità inibita nella meta” (Freud, 1929), legata al punto di vista economico della metapsicologia freudiana, che ri(con)duceva al primato della pulsione sessuale ogni manifestazione comportamentale del legame di attaccamento, dando luogo ad una erronea sovrapposizione fra bisogno di contatto di natura erotica e non erotica;  b) la indebita estensione del principio psicoanalitico di astinenza a qualunque categoria di bisogni del paziente; c) la contrapposizione fra acting out nel transfert e capacità di insight che, estesa oltre il contesto clinico originario (il trattamento dei casi di isteria), ha introdotto una artificiosa incompatibilità fra attività motoria ed elaborazione cognitiva; d) le preoccupazioni di Freud riguardanti i numerosi e documentati casi di violazioni dei confini sessuali del setting che minacciavano la rispettabilità dei membri della Società Psicoanalitica Internazionale e, di conseguenza, la credibilità stessa della psicoanalisi.

Il modello pulsionale della psicoanalisi, a partire dagli anni sessanta, è stato investito da una crisi profonda e forse irreversibile, legata al crescente dissenso interno riguardante il concetto di energia e ai risultati provenienti dai diversi settori della ricerca psicologica. La psicologia motivazionale, con i classici lavori di Berlyne (1960), e più recentemente di Zuckerman (1994), hanno messo a nudo i difetti del modello omeostatico della metapsicologia freudiana, affermando le necessità dell’organismo di elevare anziché ridurre il livello di eccitazione.

I risultati dei noti esperimenti di Harlow sul contatto fisico nelle scimmie rhesus e l’affermarsi del paradigma dell’attaccamento di Bowlby, che dimostravano l’indipendenza del legame affettivo dalla gratificazione pulsionale, hanno permesso di inquadrare il problema del contatto corporeo secondo criteri radicalmente innovativi rispetto alla tradizione psicoanalitica. L’etologo Eibl Eibesfeldt (1970) metteva in evidenza come Freud, facendo derivare i rapporti sociali dalla pulsione sessuale, abbia effettuato una curiosa inversione del percorso evolutivo: “la sua idea che gli atteggiamenti affettuosi con cui una madre cura i suoi piccoli (abbracci, baci, carezze) siano di origine sessuale è dovuta ad una interpretazione capovolta della direzione evolutiva. In effetti, si tratta qui in primo luogo  di comportamenti inerenti la sfera dei rapporti madre-figlio che solo secondariamente sono messi al servizio della coesione degli adulti“ (p. 429, cit. in Sicurelli, 1992, p. 176).

Partendo da queste premesse, gli sviluppi più recenti della scuola bowlbiana (cfr. Holmes, 1993) riconoscono che il contatto corporeo rappresenta una componente fondamentale della relazione terapeutica, potendo favorire nel paziente la percezione del terapeuta come base sicura e quindi facilitare quel superamento dei modelli operativi interni disfunzionali che stimola una ri-elaborazione di versioni narrative del Sé dotate di maggiore coerenza. Spostando il punto di osservazione nella prospettiva della psicologia umanistica si giunge a conclusioni analoghe: il contatto corporeo può consentire hic et nunc una esperienza di gratificazione dei bisogni di sicurezza e di affetto che attiva i bisogni di autonomia e, conseguentemente, le motivazioni di ordine superiore come la creatività e l’autoattualizzazione.

Le valenze terapeutiche del contatto fisico non devono però far trascurare gli effetti deleteri di un uso improprio ed eticamente scorretto del medesimo, come accade nelle violazioni dei confini sessuali del setting. Non è facile districarsi nel complesso panorama di notizie sui fenomeni di abuso, o più precisamente di sfruttamento (exploitation), sessuale del paziente, data la scarsità di dati attendibili sull’argomento. Gli studiosi statunitensi che si sono occupati del fenomeno dell’abusing therapists esprimono opinioni spesso divergenti: per alcuni si tratta di una realtà in gran parte sommersa, trasversale ai vari indirizzi, molto diffusa ma scarsamente indagata a causa delle sue implicazioni etico-legali, mentre per altri costituisce un fenomeno, tutto sommato, di modeste dimensioni. Sebbene alcuni autori indichino delle misure di carattere preventivo utili sul piano operativo, appare difficile, se non impossibile, rendere immune il terapeuta dal rischio di un coinvolgimento sessuale, che quando avviene decreta improrogabilmente la fine della terapia.

 La pubblicazione del volume di Smith, Clance e Imes della Georgia University sul contatto corporeo in psicoterapia (1998), introducendo un approccio ad un tempo clinico ed empirico, colma finalmente una lacuna non più giustificabile. La maggioranza dei lavori riportati da Smith e coll. concordano nel definire una serie di condizioni di applicabilità dei metodi di contatto fisico non erotico, sottolineando la necessità di adottare una prospettiva idiografica capace di valutare l’interazione fra una serie di variabili quali le caratteristiche personologiche e psicopatologiche del paziente, del terapeuta, l’indirizzo di riferimento ed il contesto del trattamento. Ci auguriamo che l’impresa di Smith e coll. fornisca l’occasione per costruire un terreno di confronto fra psicoterapeuti e ricercatori finalmente privo di ostacoli di natura ideologica o, peggio ancora, di preclusioni improntate a difesa dello status quo delle varie “ortodossie” istituzionali, tradizionalmente refrattarie al cambiamento e al confronto con le nuove evidenze della sperimentazione psicologica.

Luigi Corsi (capitolo 2) prende in considerazione i fondamenti epistemologici e storico-filosofici delle concezioni di Brown, ponendo la questione energetica al centro della sua riflessione. Corsi ripercorre sinteticamente le principali tappe del dibattito psicoanalitico sul concetto di energia psichica che hanno portato ad un cambiamento di paradigma nella psicoanalisi, dal modello pulsionale al modello relazionale. L’autore intravede delle possibili compatibilità fra la teoria delle relazioni oggettuali e la concezione energetica di Brown, il quale “pur situandosi decisamente sul versante relazionale, pone non poca enfasi sulle energie psico-organismiche”. Dall’analisi di Corsi emerge, inoltre, la stretta concordanza tra Brown e gli psicologi della “terza forza” sull’attribuzione del disagio psichico alla mancata gratificazione dei bisogni primari, e quindi ad interferenze o traumi ambientali, che consente di collocarlo fra i teorici della libertà positiva. La critica di Brown a Jung appare assai sfumata, riducendosi alla constatazione che  le concezioni junghiane, essendo troppo vincolate al concetto di psiche trascendentale, rischiano di trascurare il vissuto del corpo nel lavoro analitico. Brown intende ri-affermare la realtà corporea, “incarnata” dell’anima, sostenendo la complementarietà tra la dimensione spirituale e quella biologica, la cui piena coincidenza si realizza in quella condizione ad un tempo esistenziale e corporea definita pieno radicamento spirituale. Rendendo esplicito il proprio debito nei confronti della psicologia analitica con l’affermazione che i quattro centri dell’Essere intendono porsi come il corrispettivo psicocorporeo della Sacra Quaternità di Jung, Brown si allinea con i tentativi di Conger (1988) e di Ennis (1987, 1995) di accostare la tradizione junghiana con l’attenzione ai fenomeni corporei della scuola reichiana (cfr. Carotenuto, 1995). La portata umanistica della teoria di Brown, rileva Corsi, consiste nel progetto di riappropriazione del senso di unità con l’universo naturale che rappresenta un richiamo alle nostre più profonde sorgenti di creatività individuale, come descritte da Lawrence nel saggio “Fantasia dell’inconscio” (1921).

Nel terzo capitolo Malcolm Brown fa il punto sulle principali evoluzioni della psico-organismica avvenute negli ultimi dieci anni. Le sue metodiche si sono ulteriormente differenziate dalle tecniche reichiane e loweniane, in quanto queste ultime comprendevano, secondo Brown, una impostazione eccessivamente attiva e direttiva, se non talvolta aggressiva, alla corazza carattero-muscolare, la quale, non va dimenticato, rappresenta una costellazione difensiva e in quanto tale possiede un valore adattativo. Brown prende le distanze da Reich e dalla bioenergetica, evidenziando l’importanza di costruire una relazione terapeutica basata sui presupposti rogersiani dell’empatia e dell’orientamento centrato sul cliente, che considera fondamentali per stabilire l’efficacia di ogni tecnica corporea. La critica alla bioenergetica di Lowen è piuttosto severa e non tiene sufficientemente di conto della evoluzione del pensiero loweniano (cfr. Lowen 1991, 1994), rivelando un più generale dissenso verso lo stile di vita della società americana, troppo unilaterale secondo Brown, troppo basato su criteri di un efficientismo pragmatista che soffocano le possibilità di un contatto autentico con la corporeità che presuppone, invece, un’accettazione profonda della propria vita affettiva. Per raggiungere una condizione di benessere psicofisico ed un senso di realizzazione personale è necessario recuperare i “ritmi lenti del sistema circolatorio”, il che significa seguire i ritmi naturali dell’organismo inteso come unità psicosomatica, che si oppongono a quelli frenetici della “mente-cervello” e delle società occidentali post-moderne: una sorta di monito alla progressiva alienazione dell’uomo dalle proprie radici biologiche ispirato alla saggezza delle religioni orientali e alle convinzioni del filosofo J.J. Rousseau.

Antonio Pribaz (capitolo 4) ci offre una approfondita analisi del punto di vista organismico, evidenziandone le connessioni con gli orientamenti relazionali della psicoanalisi ed in particolare con la scuola inglese delle relazioni oggettuali. Pribaz discute gli apporti di autori come Bion, Winnicott e quelle della scuola di Bowlby e, per quanto riguarda le terapie a mediazione corporea, di Reich e Downing, rilevando l’importanza della qualità della relazione indipendentemente dall’indirizzo di appartenenza. Pribaz considera, inoltre, la riformulazione del concetto di corazza carattero-muscolare effettuato da Brown, sottolineandone le differenze con le originarie posizioni di Reich: mentre Reich è rimasto legato al modello classico della psicoanalisi, teorizzando la corazza come difesa psico-corporea dall’angoscia conseguente alla rimozione delle pulsioni, Brown propone una spiegazione basata sulla prospettiva delle relazioni oggettuali, riconducendone la genesi alla mancata gratificazione dei bisogni relazionali primari. Ridimensionando l’utilità della tipologie caratteriali reichiane, quando intese come etichette diagnostiche standardizzate che mettono in secondo piano la soggettività del cliente  Pribaz evidenzia che la costruzione della diagnosi fenomenologia e psicopatologica, così come la definizione della strategia di trattamento, costituisce in primo luogo un evento fondato nella qualità del rapport fra paziente e terapeuta. Anche il cammino verso l’autoatualizzazione, presupponendo un confronto con gli schemi relazionali disadattativi del passato e la conquista di nuove capacità di rapporto soggetto-mondo, non può ammettere una soluzione individualistica, o per meglio dire, basata su una psicologia mono-personale (Gill, 1994),  della guarigione psichica.

La seconda parte inizia con un saggio di Brown (capitolo 5) dedicato alle modalità di impiego del contatto corporeo diretto. Brown riprende la distinzione fra contatto nutritivo e contatto catalitico già trattata nei suoi precedenti lavori, aggiungendo però un importante elemento: la rilevanza dell’azione sinergica fra contatto nutritivo e flusso sanguigno. Una sinergia psicofisiologica testimone di uno stato di profonda sintonia affettiva fra paziente e terapeuta che trova il suo corrispettivo somatico in una distribuzione omogenea del flusso sanguigno, dal centro alla periferia dell’organismo, indice di una condizione di rilassamento profondo. Tuttavia, se applicato in mancanza di un sentimento di accettazione incondizionata e di empatia verso il cliente, il contatto diretto si traduce in una tecnica sterile, inefficace, che sovente rinforza le reazioni difensive del cliente. Brown approfondisce, inoltre, le corrispondenze fra la tensione cronica di un determinato gruppo muscolare e la natura del blocco psichico, già teorizzata da Reich (1933). La scelta della tecnica di contatto adatta per quel particolare cliente in quella determinata situazione richiede al terapeuta di coniugare esperienza clinica, sensibilità personale e conoscenza obiettiva della semeiotica dei processi psicofisiologici legati alla espressione delle emozioni (cfr. Ruggieri, 1987). Un compito non certo standardizzabile poiché si determina all’interno di un campo bi-personale assolutamente unico ed irripetibile (Gill, 1994).

Cristoph Helferich (capitolo 6) affronta il tema della formazione di immagini nel corso della psicoterapia corporea partendo da una prospettiva autobiografica, riportando cioè la propria esperienza con i coniugi Brown. Nella cultura occidentale l’immagine viene considerata, a differenza delle tradizioni orientali, una forma di conoscenza erronea, certamente inferiore rispetto alla facoltà razionale ed intellettiva (si pensi all’accezione negativa del termine visionario), quando non sinonimo di delirio e di pazzia (Bodei, 2000). Riconducibile all’azione mistificatoria dei demoni nella iconografia medioevale (Schmitt, 1988) ma anche, paradossalmente, veicolo che permette l’accesso alle verità di fede, quali ad esempio le apparizioni, l’immagine costituisce lo strumento elettivo della comunicazione con il trascendente ma anche, purtroppo, una potente arma a servizio del condizionamento sociale e della pubblicità. Helferich, presenta una serie di riferimenti storico-culturali che permettono di amplificare i significati della sua esperienza personale per collegarli a tematiche archetipiche. La riflessione di Helferich permette di apprezzare le potenzialità terapeutiche delle immagini, diametralmente opposte agli effetti negativi del loro utilizzo come dispositivi per l’adesione ai dettami della collettività; l’abuso dei mezzi audiovisivi, televisione ed internet, che può assumere tutti i connotati di una condizione di addiction di rilevanza clinica (McIlwrait, 1998; Young, 1998; Pullerà, Pini, Margaron, 1999), fornisce, a tal riguardo, un esempio di grande attualità. Nel contesto della psicoterapia, l’esperienza della immaginazione attiva rappresenta la via regia per accedere all’inconscio assai più che gli strumenti della logica e della comunicazione verbale. Si tratta, suggerisce Helferich, di saper cogliere, con un lavoro ermeneutico comprensivo dell’analisi dei vissuti corporei, i significati reconditi delle visioni personali che rimandano a memorie infantili non sufficientemente elaborate dalla coscienza. Nel setting, proprio perché condivise per mezzo del confronto intersoggettivo, le immagini si trasformano in visioni nel senso originario di strumenti che producono conoscenza, in visioni terapeutiche. La funzione terapeutica dell’immaginazione attiva è stata sottolineata dalla tradizione junghiana, che vanta una vastissima letteratura sull’argomento (cfr. Innocenzi, 1992). Come richiamo del diamon interiore, l’immagine può consentire lo sviluppo di un atteggiamento di ascolto dei contenuti dell’inconscio, trasformandosi, quindi, da elemento destabilizzatore dell’ordine razionale dell’Io, come nel caso delle psicosi, in agente di bilanciamento delle forze psichiche ed attivatore psicobiologico dei processi di cambiamento. Risalgono a circa venti anni fa i primi lavori dei coniugi Simonton (1980) sulle tecniche di evocazione di immagini mentali positive nei pazienti oncologici che si sono rivelate capaci di attivare le risorse immunitarie dell’organismo e, in certi casi,  di contrastare la progressione della patologia tumorale e di migliorare la qualità della vita.

Anna Maria Bononcini, trattando i fenomeni del transfert e del controtransfert (capitolo 7) in Psicoterapia Organismica (cfr. Goldstein, 1954b), mette in evidenzia le difficoltà che si incontrano nello sforzo di  coordinare livelli di spiegazione diversi, quali il modello teorico di riferimento ed il repertorio tecnico. La questione sottende un interrogativo di carattere generale, assai più imbarazzante: quali fattori sono responsabili della guarigione? Poiché l’orientamento verso una certa scuola di pensiero, più che un scelta razionale riflette le problematiche emotive del terapeuta, argomento noto da tempo alla psicologia analitica che descrive nel concetto di equazione personale (cfr. Jung, 1930; Carotenuto, 1991), per poter esercitare la professione di terapeuta non occorre rinnegare il proprio dolore psichico bensì, come ci suggerisce Aldo Carotenuto (1998), saper  trasformare l’originaria ferita emotiva in una “feritoia”, un punto di osservazione che consente al terapeuta di accompagnare il paziente nella “discesa agli inferi” per ritrovare la strada della propria autorealizzazione. E in questo tragitto il terapeuta non può che orientarsi sulla propria personalità e sul proprio training formativo, gli unici strumenti che gli consentono di esercitare il suo mestiere. La Bononcini puntualizza che l’elemento che contraddistingue l’approccio organismico di Brown nel trattamento dei fenomeni transferali e controtransferali, in quanto terapia a mediazione corporea, è dato dall’attenzione sistematica alle sensazioni somatiche. Più precisamente, il terapeuta cerca di individuare il rapporto fra ciò che sperimenta nel proprio corpo e ciò che esprime il paziente, al livello verbale e non verbale, ovvero di tradurre in sensazioni corporee gli stati emotivi che emergono nel corso delle sedute, per restituirle al paziente dopo un lavoro di confronto e di verbalizzazione dell’esperienza.

Il contributo di Richard W. Nathan (capitolo 8) ci porta nel mondo affascinante, quanto inaccessibile, della psicosi, un vero e proprio terreno di frontiera per le terapie psicocorporee, soffermandosi sulle manifestazioni psicopatologiche del fenomeno della frammentazione organismica descritto da Goldstein (1934). Sebbene Reich nell’”Analisi del Carattere” (1933) abbia dedicato un abbondante spazio alla descrizione del trattamento di una paziente schizofrenica (che tuttavia presentava la componente florida del disturbo e non la sintomatologia negativa, assai più grave e refrattaria al trattamento), la maggioranza dei casi descritti in letteratura dai terapeuti body-oriented riguardano i disturbi dell’area nevrotica e, in minor misura, borderline. Le ragioni di questa carenza sono molteplici ed esulano dagli obiettivi di questo volume; occorre tuttavia osservare che il lavoro sul corpo, dal momento che può indurre degli stati regressivi, presuppone un sufficiente grado di organizzazione e coesione dell’Io, assente o significativamente ridotto nei quadri psicotici. Nello stesso tempo, il linguaggio non verbale costituisce un canale espressivo estremamente importante in alcune sindromi psicotiche, specie in quelle classificabili nello spettro schizofrenico, che talvolta può stimolare l’acquisizione delle social skills laddove le capacità verbali sono compromesse o notevolmente alterate, come ben sanno gli operatori della riabilitazione psichiatrica. Nathan descrive in dettaglio ciò che accade nella relazione con Francesca, una paziente in carico dal Servizio Psichiatrico di Varese, esaminando concretamente le possibilità di costruire un aggancio terapeutico efficace attraverso l’impiego delle metodiche della psico-organismica.

Barbara Gerg Santocchini e Renata Sardi (capitolo 9) presentano un progetto di prevenzione-intervento nell’età evolutiva in cui sperimentano la tecnica della analisi delle registrazioni audiovisive di George Downing (1995), utilizzandola come strategia di verifica della applicazione di una serie di metodiche psicocorporee alla diade madre-bambino. L’intervento consiste in sedute di gioco spontaneo, esercizi di contatto diretto ed alcuni compiti di automonitoraggio, il tutto analizzato e restituito ai partecipanti in successivi incontri di follow up. Il lavoro di Santocchini e Sardi si prefigge l’obiettivo di ottimizzare la comunicazione non verbale fra madre e bambino e di rilevare precocemente gli schemi relazionali disfunzionali per attivare nella madre quel processo di “sintonizzazione degli affetti”, di cui parla recentemente Stern (1995) che, nell’ottica reichiana, potrebbe impedire, o quantomeno contrastare, la formazione della corazza carattero-muscolare. Nel bambino, l’ipertono muscolare cronico legato all’emozionalità negativa conseguente ad un disturbo della relazione primaria, espresso talvolta nelle forme di iperattività motoria che sottendono una condizione depressiva, potrebbe, infatti,  indicare la costituzione precoce di tipici pattern di contrazione muscolare (e viscerale) come risposta allo stress emozionale, che prefigurano la strutturazione di specifiche tipologie di corazzamento dell’adulto.

Introducendo gli argomenti affrontati nell’Appendice, che riporta una sintesi dei contenuti trattati dai coniugi Brown nel Seminario tenuto a Bologna nell’Ottobre 1999, Giulia Della Torre di Valsàssina mette in evidenza le radici esistenzialiste delle concezioni organismiche, mostrandone le affinità con la fenomenologia di Husserl e l’analitica di Heidegger. Tali presupposti rendono pressoché impossibile la trascrizione del pensiero di Brown in un modello che possieda i requisiti della verificabilità scientifica, ma consentono di apprezzarne pienamente il valore umanistico. Nell’intervista vengono riprese e puntualizzate alcune questioni quali la relazione terapeutica, la contrapposizione fra gratificazione e frustrazione dei bisogni del cliente, insieme ad aspetti della tecnica come il problema dell’acting out sessuale del terapeuta, la durata della terapia, l’impiego del contatto corporeo.

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Argyle M. (1978). Il corpo e il suo linguaggio,  Tr. it. Zanichelli, Bologna, seconda edizione, 1992.

Barbaglia F. (1985). Ri-evoluzione nel corpo: introduzione alla psico-organismica, Centro Scientifico Torinese, Torino.

Berlyne D.E. (1960). Conflitto, attivazione e curiosità, Tr. it. Angeli, Milano, 1971.

Boadella D., Liss J. (1986). La psicoterapia dl corpo, Astrolabio, Roma.

Bodei R. (2000). Le logiche del delirio. Ragione, affetti, follia, Laterza, Roma-Bari.

Brown M. (1979). Beyond Janov: The Healing Touch, Journal of Humanistic Psychology, 19(2), 69-89.

Brown M (1990). Il Contatto terapeutico. Introduzione alla Psicoterapia Organismica, Tr. It. Melusina, Roma, 1995.

Carotenuto A. (1991). Trattato di psicologia della personalità e delle differenze individuali, Raffaello Cortina, Milano.

Carotenuto A. (1995). Jung e la cultura del XX secolo, Bompiani, Milano.

Carotenuto A. (1998). Lettera aperta a un apprendista stregone, Bompiani, Milano.

Conger, J.P.  (1988). Jung and Reich: the body as shadow, Berkeley, North Atlantic Books.

Cremerius J. (1999). Il futuro della psicoanalisi, Psicoterapia e Scienze Umane, 4, 5-44.

Downing G. (1995). Il corpo e la parola, Tr. it. Astrolabio, Roma, 1995.

Eibl-Eibesfeldt I. (1970). I fondamenti dell’etologia, Tr. it. Adelphi, Milano, 1980.

Ennis K. (1987). The shadow and the body in theory and practice: the clinical application of the theories of C.G. Jung and M. Brown. Master Thesis submitted to Antioc University.

Ennis K.  (1995). Il corpo e l’ombra, Anima e Corpo, 2, 40-57.

Fabozzi P., Ortu F. (1996). Al di là della metapsicologia, Il Pensiero Scientifico, Roma.

Fairbairn W.R.D. (1952). Studi psicoanalitici sulla personalità, Tr. it. Boringhieri, Torino, 1970.

Ferenczi S. (1932). Diario Clinico Ge-Ott.1932, Tr. it. Raffaello Cortina, Milano, 1988.

Freud S. (1929). Il disagio della civiltà, In Opere 1924-1929, Vol.  X, Tr. it Boringhieri Torino, 1978.

Gill M.M. (1994). Psicoanalisi in transizione, Tr. it. Raffaello Cortina, Milano, 1996.

Goldstein K. (1934). The Organism. A Holistic Approach to Biology Derived from Pathological Data in Man, Zone Book, NY, 1995.

Goldstein K. (1954)a. The concept of health, disease and therapy, American Journal of Psychotherapy, 8, 745.

Goldstein K. (1954)b. Transference in the treatment of organic and functional nervous disorders, International Congress of Psychotherapy, Zurich.

Goldstein K. (1970). L’indirizzo organismico, in Arieti S. (a cura di), Manuale di Psichiatria, Borinnghieri, Torino, Volume III, pp. 1626-1641.

Hall C.S. Lindzey G. (1978). Teorie della personalità, Tr. it. Boringhieri, Torino, 1986, seconda edizione.

Holmes J. (1993). La teoria dell'attaccamento. John Bowlby e la sua scuola, Tr. it Raffaello Cortina, Milano, 1994.

Innocenzi R. (1992). L'immaginazione attiva in C.G. Jung, Melusina, Roma.

Intelisano S. (1994). Il senso del corpo  e l’esperienza del contatto nelle pagine neo-testamentarie, in Zerbetto R. (a cura di), Psicoterapia della Gestalt. Per una scienza dell’esperienza, Edizioni Centro Studi Psicosomatica, Roma, pp. 387-391.

Jung C.G. (1930). Prefazione a W. M. Kranefeldt, La psicoanalisi, in Opere, Vol. 4. Boringhieri, Torino.

Kepner J.I. (1993). Body Process, Il lavoro con il corpo in psicoterapia, Tr. it, Angeli, Milano, 1997.

Lawrence D.H. (1921). Fantasia dell’inconscio, Tr. it. Mondatori, Milano, 1978.

Lawrence D.H. (1928). L’amante di Lady Chatterley, Tr. it. Garzanti, Milano, 1987.

Lena C. (1995). L’uso del contatto diretto in psicoterapia organismica, Anima e Corpo, 2, 58-65.

Lowen A. (1994). Arrendersi al corpo, Astrolabio, Roma.

Lowen A.  (1991). La spiritualità del corpo, Astrolabio, Roma.

Maslow A. (1954). Motivazione e personalità, Tr. it. Armando, Roma, 1973.

McIlwraith R.D. (1998). “I'm addicted to television": The personality, imagination, and TV watching patterns of self-identified TV addicts, Journal of Broadcasting and Electronic Media, 42(3),  371-386.

Pasini W. (1982). Il corpo in psicoterapia, Raffaello Cortina, Milano.

Pullerà M., Pini M., Margaron H. (2000). Televisione, lavoro e attività sportiva: nuove dipendenze senza droghe, Giornale Italiano di Psicopatologia, 6, 240-241.

Reich W. (1933). Analisi del carattere, Tr. it. Sugarco, Milano, 1973.

Ruggieri V. (1987). Semeiotica dei processi psicofisiologici e psicosomatici, Il Pensiero Scientifico, Roma.

S. Giovanni della Croce (1991). Notte Oscura, in Opere, Tr. it. Postulazione generale dei carmelitani scalzi, Roma, sesta edizione, pp. 344-396.

Schmitt J.C. (1988). Medioevo "superstizioso", Tr. it. Laterza, Roma-Bari, 1992.

Sicurelli E.  (1992).  La felicità. Argomenti di psicologia umanistica, Giuffrè, Milano

Simonton O.C., Simonton S.S. Creighton J (1980). Stare bene nuovamente, Riza Libri, Milano.

Smith E.W., Clance P.R.Imes S. (1998). Touch in psychotherapy: Theory, research, and practice, New York, USA: The Guilford Press.

Stern D.N. (1995). La costellazione materna, Tr. it. Boringhieri, Torino, 1995.

Wallerstein R.S. (1988). One psychoanalysis or many?, International Journal of Psychoanalysis, 69, 5-21.

Winnicott D.W. (1958). Dalla pediatria alla psicoanalisi, Tr. it. Martinelli, Firenze, 1975.

Winnicott D.W. (1965). Countertransference, in maturational processed and the faciliting envirinment, International University Press, New York, pp. 158-165.

Young K.S. (1998). Presi dalla rete. Intossicazione e dipendenza da internet, Tr. it Calderini Edagricole, Bologna, 2000.

Zerbetto R. (1994). Il Sé come membrana: modello, metafora, epistème, in Zerbetto  R. (a cura di), Psicoterapia della Gestalt. Per una scienza dell’esperienza, Edizioni Centro Studi Psicosomatica, Roma.

Zerbetto R. (1999). L’approccio della terapia della gestalt alla psicosomatica, in Reda M.A., Benevento D., Significato e senso della malattia, Atti del Congresso della SIMP, Siena 3-6/11/1999, Tipografia Senese.

Zuckerman M. (1994). Behavioural expressions and biosocial bases of  sensation seeking, Cambridge University Press.

 

Psicoterapia corporea-organismica.

 

Teoria e pratica clinica

INDICE

 

Presentazione (Guido Ligabò)

Prefazione (Riccardo Zerbetto)

Introduzione (Mauro Pini)

Parte I : La teoria

 

Cap. 1) L’ultima frontiera della psicoterapia: il contatto fisico. Pregiudizi, uso illecito, ricerca. (Mauro Pini)

 

$ 1. Il pregiudizio: difesa della mente, limite della conoscenza

$ 2. Uso illecito: terapeuta ferito, colpevole o incompetente?

$ 3. Ricerca: lo stato dell’arte

$ 4. Il futuro nella rete?

 

Cap. 2) Riflessioni sui fondamenti epistemologici e storico-filosofici delle concezioni organismiche di Malcolm Brown  (Luigi Corsi)

 

§1. Il contesto teorico e la centralità della problematica energetica

§2. Tra impresa conoscitiva e intuizione artistica:una prospettiva più ampia

§3.  L’Anima Incarnata e i Misteri Archetipici della corporeità

 

Cap. 3) Recenti sviluppi in Psicoterapia Organismica (Malcolm Brown)

 

§1. Introduzione

§2 Lo sviluppo maggiormente significativo: strutturare la relazione è assai più importante che strutturare la volontà

§2a. I due livelli di ascolto

§3. L’umiltà dell’orientamento centrato sul cliente

§4. La transizione dagli stili di contatto nutritivi a quelli catalitici moderati.

§5. I ritmi della mente sono molto più veloci del sistema circolatorio integrato con la totalità organismica

§6.  Il pieno radicamento orizzontale chiama in causa le capacità di costruire le relazioni

 

Cap. 4) Psicoterapia Organismica. Un approccio fondato sulla relazione (Antonio Pribaz)

 

§ 1. Aspetti generali

§ 2. Relazione come bisogno primario

§ 3. Frammentazione organismica

§ 4. La relazione in psicoterapia

§ 5. La relazione nella Psicoterapia Organismica

 


Parte II : La pratica

 

Cap. 5) Le applicazioni delle metodiche corporee in Psicoterapia Organismica: la sinergia fra contatto diretto e flusso sanguigno (Malcolm Brown)

 

§ 1. L’uso  del contatto diretto nutritivo come arte intuitiva e scienza basata sull'esperienza

§ 2. La Cognizione dell’Essere e il Sé nucleare

§ 3. Dove e quando utilizzare i metodi di contatto diretto

 

Cap. 6) Visioni terapeutiche : l'esperienza della immaginazione

attiva nel trattamento organismico  (Cristoph Helferich)

 

§ 1. L’immagine in psicoterapia corporea

§ 2.  I tre episodi

§ 3Cognitio Dei experimentalis: visionari medioevali

§ 4. “Micromondi”:  l’immagine nel sogno                                       

§ 5.  Immagini, dono della regressione

§ 6.  Visioni terapeutiche

 

Cap. 7) Transfert e controtransfert nella teoria e nella clinica organismica (Anna Maria Bononcini)

 

§ 1 Dalla teoria organismica alla pratica clinica, ovvero: scene da un  difficile matrimonio 

§ 2 L’incontro medico-paziente: dalla psicoanalisi alle psicoterapie ad orientamento umanistico

§ 3 Transfert e controtransfert nella psicoterapia organistica

§ 4  Istruzioni per l’uso

 

Cap. 8) Le prime fasi di un approccio psico-organismico con una paziente psichiatrica istituzionalizzata: l’incontro con Francesca  (Richard Wolf  Nathan)

 

§ 1. Presentazione

§ 2. Prima seduta

§ 3 Seconda Seduta

§ 4. Gli incontri successivi

§ 5. Interpretazione

 

Cap. 9) Prevenzione e intervento nella prima infanzia: le metodiche psico-corporee in un gruppo di madri ed i loro figli (Barbara Gerg Santocchini, Renata Sardi)

 

§ 1. Introduzione

§ 2. Obiettivi

§ 3. Metodologia

§ 4. Luca  (il bambino riconosciuto)

§ 5. Pietro (il bambino aggressivo)

§ 6. Considerazioni conclusive

 

 

Appendice: Giulia della Torre di Valsàssina (a cura di), A colloquio con Katherine e Malcolm Brown

 

 

 

 

ABSTRACTS in italian of the book:

 

 

Psicoterapia Corporeo-Organismica. Teoria e pratica clinica

a cura di Mauro Pini, ed. Franco Angeli, Milano, 2001.

A.M. Bononcini, M. Brown, L.Corsi, G.della Torre di Valsassina, B.Gerg Santocchini, C. Helferich, G. Ligabò, R.W. Nathan, M. Pini, A. Pribaz, R. Sardi, R. Zerbetto

 

Il contatto fisico non erotico fra terapeuta e paziente costituisce ancora un tabù o configura una opzione metodologica possibile, se non addirittura utile per il conseguimento degli obiettivi della terapia? Il modello psicoanalitico classico assimilava il bisogno di contatto corporeo al primato delle pulsioni sessuali, effettuando, come ci ricorda l’etologo Eibl-Eibesfeldt, una curiosa inversione del percorso evolutivo. Le numerose evidenze sperimentali e cliniche della teoria dell’attaccamento di Bowlby hanno permesso di inquadrare il tema del contatto corporeo secondo criteri radicalmente innovativi rispetto alla tradizione freudiana. Relegata nelle zone d’ombra della psicoterapia, sovente terreno di coltura di pregiudizi, ma anche di illecite violazioni dei confini sessuali del setting, la dimensione della fisicità costituisce lo strumento elettivo degli indirizzi body-oriented, cui appartiene la psico-organismica.

Fondata dallo psicologo statunitense Malcolm Brown (PhD), la Psicoterapia Organismica esprime un originale tentativo di sintesi fra la scuola neo-reichiana e l’orientamento umanistico della psicologia, assumendo come paradigma di riferimento la teoria del neuropsichiatra tedesco Kurt Goldstein. La psico-organismica presenta una nuova lettura del concetto di "corazza carattero-muscolare" di W. Reich, considerandola come una costellazione difensiva rivolta a fronteggiare l'angoscia di frammentazione conseguente alla mancata gratificazione dei bisogni primari di relazione.Il libro raccoglie una serie di contributi che espongono, in maniera sistematica, i principali aspetti teorici ed operativi delle metodologie introdotte da Malcolm Brown.

 

 

CAP.1

L’ultima frontiera della psicoterapia: il contatto fisico. Pregiudizi, uso illecito, ricerca. (Mauro Pini)

Il capitolo di M. Pini si propone di esaminare le principali ragioni storiche e teoriche su cui si è fondato il divieto del contatto corporeo nella psicoanalisi classica, uno dei dogmi dell’establishment psicoanalitico più refrattari al cambiamento ed argomento spesso relegato nelle "zone d’ombra" della psicoterapia per le violazioni dei confini sessuali del setting. Mentre la tradizione freudiana, considerando l’affetto come "sessualità inibita nella meta" (Freud, 1929), ha erroneamente assimilato il bisogno di contatto corporeo al primato delle pulsioni sessuali, i contributi della scuola di J. Bowlby (cfr. Holmes, 1993) hanno permesso di inquadrare il desiderio di contatto fisico secondo criteri radicalmente innovativi, che ne sottolineano le finalità evolutive primarie nell’ambito delle relazioni d’attaccamento. La letteratura contemporanea concorda nel definire una serie di condizioni di applicabilità dei metodi di contatto fisico non erotico, evidenziando la necessità di valutare l’interazione fra una serie di variabili quali le caratteristiche personologiche e psicopatologiche del paziente, del terapeuta, l’indirizzo di riferimento ed il contesto del trattamento (cfr. Smith, Clance, Imes, 1998). L’autore auspica la costruzione di un terreno di confronto fra psicoterapeuti e ricercatori sull’efficacia clinica del contatto corporeo finalmente privo di pregiudiziali ideologiche o, peggio ancora, di preclusioni improntate a difesa dello status quo delle varie "ortodossie" istituzionali, tradizionalmente resistenti al confronto con le nuove evidenze della sperimentazione psicologica.

 

CAP. 2

 

Riflessioni sui fondamenti epistemologici e storico-filosofici delle concezioni organismiche di Malcolm Brown (Luigi Corsi)

Luigi Corsi prende in considerazione i fondamenti epistemologici e storico-filosofici delle concezioni di Brown, ponendo la questione energetica al centro della sua riflessione. Corsi ripercorre sinteticamente le principali tappe del dibattito psicoanalitico sul concetto di energia psichica che hanno portato ad un cambiamento di paradigma nella psicoanalisi, dal modello pulsionale al modello relazionale. Corsi intravede delle possibili compatibilità fra la teoria delle relazioni oggettuali e la concezione energetica di Brown, il quale "pur situandosi decisamente sul versante relazionale, pone non poca enfasi sulle energie psico-organismiche". Dall’analisi di Corsi emerge, inoltre, la stretta concordanza tra Brown e gli psicologi della "terza forza", ovvero la psicologia umanistica, sull’attribuzione del disagio psichico alla mancata gratificazione dei bisogni primari, e quindi ad interferenze o traumi ambientali, che consente di collocarlo fra i teorici della libertà positiva. La critica di Brown a Jung appare, secondo Corsi, assai sfumata, riducendosi alla constatazione che le concezioni junghiane, essendo troppo vincolate al concetto di psiche trascendentale, rischiano di trascurare il vissuto del corpo nel lavoro analitico. Brown intende ri-affermare la realtà corporea, "incarnata" dell’anima, sostenendo la complementarietà tra la dimensione spirituale e quella biologica, la cui piena coincidenza si realizza in quella condizione ad un tempo esistenziale e corporea definita pieno radicamento spirituale. La portata umanistica della teoria di Brown, rileva Corsi, consiste nel progetto di riappropriazione del senso di unità con l’universo naturale che rappresenta un richiamo alle nostre più profonde sorgenti di creatività individuale, come descritte da D.H. Lawrence nel saggio "Fantasia dell’inconscio" (1921).

 

CAP. 3

 

Recenti sviluppi in Psicoterapia Organistica (Malcolm Brown)

L’autore fa il punto sulle principali evoluzioni della psico-organismica avvenute negli ultimi dieci anni, le cui metodiche si sono ulteriormente differenziate dalle tecniche reichiane e loweniane. Queste ultime comprendevano, secondo Brown, una impostazione eccessivamente attiva e direttiva, se non talvolta aggressiva, alla corazza carattero-muscolare, la quale, non va dimenticato, rappresenta una costellazione difensiva e in quanto tale possiede un valore adattativo. Brown prende le distanze da Reich e dalla bioenergetica di Lowen, evidenziando l’importanza di costruire una relazione terapeutica basata sui presupposti rogersiani dell’empatia e dell’orientamento centrato sul cliente, che considera fondamentali per stabilire l’efficacia di ogni tecnica corporea. L’approccio di Lowen, secondo il fondatore della psico-organismica, rappresenta una espressione dello stile di vita della società americana, troppo unilaterale, troppo basato su criteri di un efficientismo pragmatista che soffocano le possibilità di un contatto autentico con la corporeità che presuppone, invece, un’accettazione profonda della propria vita affettiva. Brown ritiene che per raggiungere una condizione di benessere psicofisico ed un senso di realizzazione personale sia necessario recuperare i "ritmi lenti del sistema circolatorio", il che significa seguire i ritmi naturali dell’organismo inteso come unità psicosomatica, che si oppongono a quelli frenetici della "mente-cervello" e delle società occidentali post-moderne.

 

CAP. 4

 

Psicoterapia organismica: un approccio fondato sulla relazione (Antonio Pribaz)

Questo lavoro si propone come una analisi del punto di vista organismico, evidenziandone le connessioni con gli orientamenti relazionali della psicoanalisi ed in particolare con la scuola inglese delle relazioni oggettuali. Si discutono apporti di autori come Bion, Winnicott e quelli della scuola di Bowlby e, per quanto riguarda le terapie a mediazione corporea, di Reich e Downing, rilevando l’importanza della qualità della relazione indipendentemente dall’indirizzo di appartenenza. Si evidenzia l’importanza della riformulazione del concetto di corazza carattero-muscolare effettuato da Brown, sottolineandone le differenze con le originarie posizioni di Reich: mentre Reich è rimasto legato al modello classico della psicoanalisi, teorizzando la corazza come difesa psico-corporea dall’angoscia conseguente alla rimozione delle pulsioni, Brown propone una spiegazione basata sulla prospettiva delle relazioni oggettuali, riconducendone la genesi alla mancata gratificazione dei bisogni relazionali primari. Ridimensionando l’utilità della tipologie caratteriali reichiane, quando intese come etichette diagnostiche standardizzate che mettono in secondo piano la soggettività del cliente si evidenzia che la costruzione della diagnosi fenomenologica e psicopatologica, così come la definizione della strategia di trattamento, costituisce in primo luogo un evento fondato nella qualità della "risonanza" fra paziente e terapeuta.

 

CAP. 5

 

Le applicazioni delle metodiche corporee in Psicoterapia Organismica: la sinergia fra contatto diretto e flusso sanguigno (Malcolm Brown)

In questo lavoro, dedicato alle modalità di impiego del contatto corporeo diretto, Brown riprende la distinzione fra contatto nutritivo e contatto catalitico già trattata nei suoi precedenti contributi (cfr. Brown, 1990), aggiungendo un importante elemento: l’importanza dell’azione sinergica fra contatto nutritivo e flusso sanguigno. Si tratta di una sinergia psicofisiologica testimone di uno stato di profonda sintonia affettiva fra paziente e terapeuta che trova il suo corrispettivo somatico in una distribuzione omogenea del flusso sanguigno, dal centro alla periferia dell’organismo, indice di una condizione di rilassamento profondo. Tuttavia, se applicato in mancanza di un sentimento di accettazione incondizionata e di empatia verso il cliente, sottolinea Brown, il contatto diretto si traduce in una tecnica sterile, inefficace, che sovente rinforza le reazioni difensive del cliente. Brown approfondisce, inoltre, le corrispondenze fra la tensione cronica di un determinato gruppo muscolare e la natura del blocco psichico, già teorizzata da Reich (1933). La scelta della tecnica di contatto adatta per quel particolare cliente in quella determinata situazione richiede al terapeuta di coniugare esperienza clinica, sensibilità personale e conoscenza obiettiva della semeiotica dei processi psicofisiologici legati alla espressione delle emozioni.

 

CAP. 6

Visioni terapeutiche: l’esperienza della immaginazione attiva durante il trattamento organismico (Christoph Helferich )

In questo articolo l’autore indaga sulla qualità e il valore terapeutico dell’immaginazione

spontanea in psicoterapia corporea ( cap. I). Inizia col racconto della propria esperienza personale di produzione di intense immagini di tipo religioso nel corso di varie sedute con Katherine e Malcolm Brown (cap. II). In seguito teorizza la qualità specifica di questo tipo di immagini, paragonandolo da un lato alle visioni mistiche medievali (cap. III), dall’altra alla produzione di immagini dell’attività onirica (cap. IV), e infine connette la possibilità di questo tipo di produzione al tipo di consapevolezza in stati di regressione corporea (cap. V). Nell’ultima parte del saggio riprende il racconto della propria esperienza personale (cap. VI). Applicando i risultati delle sue considerazioni teoriche al proprio materiale esperenziale, l’autore è in grado di spiegare la valenza "logica" dell’immaginazione attiva, situata tra le parole astratte del linguaggio e le immagini emozionali del sogno. Tali immagini sono cariche di significato esistenziale e perciò di un alto valore terapeutico, tanto per il paziente quanto per il terapeuta.

 

CAP. 7

TRANSFERT E CONTROTRANSFERT NELLA TEORIA E NELLA CLINICA ORGANISMICA (A.M. Bononcini)

Il capitolo tratta del transfert e del controtransfert nell'ottica organismica. Viene sottolineata la necessità di mettere in relazione fra loro due diversi livelli esplicativi: il modello teorico di riferimento ed il repertorio tecnico.

In quanto terapia a mediazione corporea la Psicoterapia Organismica, nell'occuparsi dei fenomeni transferali e controtransferali, si caratterizza per l'attenzione sistematica a tutto ciò che avviene a livello somatico: il terapeuta deve poter individuare la relazione fra quanto egli sperimenta, via via, nel proprio corpo e quanto il paziente esprime a livello verbale e non verbale.

Su un piano più generale si afferma che il terapeuta deve essere capace di usare le proprie personali ferite psichiche, trasformandole in un punto di vista privilegiato nell'osservazione dei processi del paziente. Ciò gli consente di risuonare con l'originaria ferita emotiva del paziente, fino a quando quest'ultimo non divenga capace di entrare in contatto con essa e di riprendere il cammino verso l'autorealizzazione.

 

 

CAP.8

 

Le prime fasi di un rapporto terapeutico psico-organismico con una paziente psichiatrica istituzionalizzata: l’incontro con Francesca ( R.W.Nathan )

In questo saggio vengono descritti i primi risultati di un programma formativo guidato da Richard Wolf Nathan e realizzato presso l’azienda ospedaliera locale in collaborazione con l’unità operativa psichiatrica.

Diversi componenti della equipe psichiatrica, ognuno dei quali aveva partecipato all’interno dell’ospedale a programmi di formazione sui principi della psicoterapia organismica, ebbero modo di osservare, registrare su nastro e partecipare a una lunga serie di sedute di terapia di R.W. Nathan con Francesca.

Ogni sessione veniva poi discussa.

In questa commovente storia, dominata alla fine da Francesca, noi arriviamo (al di là delle dodici sessioni registrate) alla chiara conclusione che una terapia capace di muovere una risonanza energetica organismica è efficace anche nel più ferito e frammentato essere umano.

 

CAP. 9

 

Prevenzione e intervento nella prima infanzia: le metodologie psicocorporee in gruppo di madri con i loro figli ( B.Gerg Santocchini, R.Sardi )

Barbara Gerg Santocchini e Renata Sardi descrivono nel loro articolo come intervengono nella relazione madre-figlio per proteggere il bambino dagli effetti psicopatogeni della corazza del adulto.

Danno una linea guida in uno schema conflitto - intervento - risultato in tre fasi dello sviluppo:

a) da 8 a 14 mesi

b) da 14 a 24 mesi

c) da 24 a 36 mesi

L’obiettivo ed i contenuti del presente intervento consistono nel favorire l’evoluzione di un naturale processo di interazione fra madre e bambino. Seguono 2 casi clinici di Luca, un bambino " riconosciuto " e di Pietro, un bambino " aggressivo " .

 

Appendice

Colloquio con Katherine e Malcolm Brown ( G.della Torre di Valsassina )

E’ una intervista ai coniugi Brown in cui vengono messe in evidenza le radici esistenzialistiche delle concezioni  della psicoterapia organismica, mostrandone l’affinità con la fenomenologia di Husserl e con l’analitica di Heidegger per il quale il primo modo dell’essere d’esserci nel mondo non è affatto di natura conoscitiva,  ma è un rapporto interpersonale affettivo che corrisponde, nel pensiero di Brown,  al bisogno del centro ontologico dell’ essere dell’area superiore anteriore del corpo (Eros- Agapé). Si apprezza pienamente il valore umanistico del pensiero organismico in quanto concerne specificamente la relazione terapeutica  come processo bipersonale che coinvolge inevitabilmente i fenomeni relazionali del transfert e del controtransfert. Il terapeuta è tenuto a mantenere un atteggiamento positivo, di accettazione incondizionata verso il paziente favorendo la presa di coscienza (Logos) di ciò che gli è mancato lenendo il dolore della ferita emozionale. L’utilizzazione di tecniche di contatto corporeo comportano sempre un coinvolgimento emozionale sia nel paziente che nel terapeuta. Da una condizione iniziale, dove il potere del terapeuta è piuttosto alto, col proseguire della terapia, allentandosi le difese del paziente, l’asimmetria tende a ridursi progressivamente e viene a svilupparsi la possibilità dell’esserci che si reperisce in se stesso (centro ontologico Hara: anteriore-inferiore). L’esperienza dell’angoscia, la possibilità del nulla, della morte, permettono di rifiutare di ripetere i progetti già esistenti nel mondo, i condizionamenti subiti e quindi progettare per se stessi  un’esistenza autentica, emergendo come evento temporale finito: esserci per se stessi, esserci con gli altri nel pieno realizzarsi creativamente e attivamente del (polarizzazione Logos-Guerriero Spirituale,Eros-Agapè- Hara).

 

 Leggilo


 

Scegli la tua lingua


Newsletter

Iscriviti alla SIPO newsletter